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❌🙁Croce Rossa Red Cross Maria José Belgio Savoia – autografo

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Foto con firma autografa di Maria José del Belgio , 1946. In uniforme da Crocerossina,  la Principessa ricoprì il ruolo di Ispettrice Nazionale della Croce Rossa.

La foto è originale, realizzata dalla famosa fotografa Ghitta Karrell . Autografo  originale ed olografo della principessa. In ottime condizioni, misura circa cm. 25 x 20 .

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Descrizione

Foto con firma autografa di Maria José del Belgio , nata Principessa del Belgio fu l’ultima Regina d’Italia, moglie di Umberto II di Savoia, figlio di Vittorio Emanuele III.  La Principessa ricoprì il ruolo di Ispettrice Nazionale della Croce Rossa ( Red Cross, con la quale fu molto impegnata durante il periodo bellico ) ed in questa foto la troviamo infatti in uniforme da crocerossina.

La foto è originale dell’epoca, realizzata dalla famosa fotografa Ghitta Karrell (la fotografa ungherese italianizzata ed autrice di ritratti di moltissimi dei personaggi di spicco dell’epoca). L’autografo è originale ed olografo della principessa, scritto di pugno con penna stilografica, e datato 1946. In ottime condizioni, misura circa cm. 25 x 20 .

 

Notizie

Marie José Carlotta Sofia Amelia Enrichetta Gabriella di Sassonia Coburgo-Gotha, nota come Maria José del Belgio (Ostenda, 4 agosto 1906 – Thônex, 27 gennaio 2001), nata principessa del Belgio, fu l’ultima regina d’Italia come consorte di re Umberto II. Poiché il suo regno durò solamente dal 9 maggio al 10 giugno 1946, venne soprannominata dagli italiani Regina di maggio. Il suo nome italianizzato era Maria Giuseppina di Savoia, ma ella non lo volle mai usare, nemmeno nei documenti ufficiali come l’atto di matrimonio. Di temperamento liberale, si distinse in questo senso per il suo anticonformismo all’interno dell’aristocrazia. È l’unica regina italiana la cui effigie appaia su una serie di francobolli regolarmente emessi: le Nozze del principe Umberto II.

Maria José all’età di nove anni

Era figlia di Alberto I di Sassonia-Coburgo-Gotha, divenuto re dei belgi dal 1909, e di Elisabetta Gabriella, nata duchessa in Baviera.

I suoi nonni paterni erano il conte Filippo di Fiandra e la principessa Maria di Hohenzollern-Sigmaringen; quelli materni il duca in Baviera Carlo Teodoro e la sua seconda moglie Maria José di Braganza, nata infanta di Portogallo.

Crebbe con i due fratelli maggiori Leopoldo e Carlo Teodoro in un ambiente familiare aperto, intriso di cultura, dove, grazie ai vasti interessi dei genitori, sviluppò sia le sue doti artistiche studiando il pianoforte e il violino, sia le sue doti sportive e apprese, guidata dal padre, il quale era tra l’altro incline alle idee socialiste, sia la cultura classica sia quella contemporanea.

Durante la sua infanzia dovette affrontare il tragico periodo della prima guerra mondiale, venendo mandata con i fratelli a vivere in Inghilterra, mentre il padre in patria comandava personalmente l’esercito belga, guadagnandosi il soprannome di “Re cavaliere“, e la madre svolgeva attività di assistenza presso i feriti (Croce Rossa internazionale, Red Cross)

Venne educata per un matrimonio reale e destinata dai genitori, fin da piccola, a sposare Umberto di Savoia, erede al trono d’Italia, figlio di Vittorio Emanuele III e di Elena del Montenegro. Per questo motivo frequentò il collegio della Santissima Annunziata a Villa di Poggio Imperiale, dove apprese la lingua italiana. Il primo incontro dei due futuri sposi avvenne, nel 1916, al castello di Lispida a Monselice. Terminati gli studi in Italia nel 1919, venne iscritta al collegio delle suore del Sacro Cuore al castello di Linthout, presso Woluwe-Saint-Lambert, in Belgio; in precedenza, nel 1915 (mentre era rifugiata in Inghilterra), aveva studiato presso il convento delle Orsoline di Brentwood.

Le nozze con il Principe di Piemonte furono celebrate a Roma l’8 gennaio del 1930 nella Cappella Paolina del palazzo del Quirinale. Dopo la funzione gli sposi furono ricevuti da Pio XI, il Papa che l’anno prima aveva stipulato i Patti Lateranensi, nel quadro di un chiaro disgelo fra Italia e Vaticano.

La coppia trascorse i primi anni di matrimonio a Torino, dove Umberto comandava il 92º reggimento di fanteria con il grado di colonnello. Maria José non ebbe mai buoni rapporti con i membri di Casa Savoia. La sua provenienza dal più aperto ambiente reale belga e l’educazione di stampo moderno che aveva ricevuto si scontravano con il rigore della monarchia italiana. La più classica educazione e istruzione dello stesso Umberto e, soprattutto, il ligio ossequio del principe all’etichetta, furono tutti fattori di ostacolo alla riuscita della sua unione con l’erede al trono. Negli anni torinesi la principessa preferì sottrarsi ai rapporti con gli esponenti della nobiltà e con la cerchia delle amicizie del marito, ritagliandosi spazi e frequentazioni personali. Anche a Roma, nell’appartamento privato del Quirinale, dotato di pianoforte a coda, ricevette filosofi, intellettuali e scrittori in modo del tutto indipendente da Umberto. Maria José e Umberto vissero a Napoli, dal 1933 fino allo scoppio della seconda guerra mondiale, quando la famiglia si trasferì al Quirinale.

Sin dal tempo dell’ascesa del fascismo, Maria José provava sentimenti di ostilità nei confronti dell’operato di Mussolini e anche Umberto, del resto, faticava a nascondere un certo dissenso. Nel 1938, secondo fonti diplomatiche inglesi Maria José si sarebbe accordata con Rodolfo Graziani e con il capo della polizia Arturo Bocchini, per tentare un colpo di Stato per opera di alcuni reparti delle forze armate, con Pietro Badoglio come comandante in capo, azione che sostituisse Mussolini con un «avvocato milanese antifascista» (probabilmente Carlo Aphel) e costringesse Vittorio Emanuele III ad abdicare in favore di Umberto; Umberto era, a sua volta, d’accordo con la moglie per abdicare subito in favore del piccolo Vittorio Emanuele; la stessa Maria José sarebbe stata nominata reggente del Regno in deroga allo Statuto Albertino, fino al compimento dei 21 anni del giovanissimo ipotetico sovrano. Questo presunto complotto, che vedeva d’accordo anche Italo Balbo, l’anglofilo Dino Grandi e l’antitedesco e ambizioso genero del duce Galeazzo Ciano, non andò comunque oltre un incontro preliminare a Racconigi.

Allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, Maria José, che aveva sempre sostenuto che l’Italia non avrebbe mai potuto vincere la guerra e che l’unico modo per risparmiare al popolo delle inutili sofferenze era quello di eliminare Mussolini e il fascismo, intraprese, a partire dal 1941 fino al colpo di Stato del 25 luglio 1943, un’azione segreta volta a collegare l’ambiente antifascista direttamente con i Savoia , operando anche nella Croce Rossa, Red Cross.

Incurante dei rischi che correva, incontrò personaggi come Benedetto Croce, Umberto Zanotti Bianco, liberale fortemente contrario al regime, Ugo la MalfaCarlo AntoniFerdinando Arena, che divenne anche suo medico personale, Ivanoe BonomiElio VittoriniAlcide de Gasperimonsignor Montini allora sostituto segretario di Stato di papa Pio XII.

Il 25 luglio Maria José seppe dell’esito della seduta del Gran Consiglio e dell’arresto di Mussolini due ore prima che la notizia fosse diffusa dalla radio. Pietro Badoglio annunciò di essere il nuovo capo del Governo.

Il 6 agosto Maria José venne convocata dal suocero, e le venne espressamente ordinato di troncare immediatamente ogni rapporto con l’opposizione antifascista e ogni attività politica; inoltre la costrinse a ritirarsi con i quattro figli nella residenza estiva dei Savoia a Sant’Anna di Valdieri, sotto la sorveglianza della cognata Iolanda, e di rimanervi fino a che lui stesso non l’avesse espressamente richiamata a Roma. L’8 settembre la principessa si trovava a Sarre, dove si era trasferita da dieci giorni e, come il resto degli italiani, apprese la notizia dell’armistizio dalla radio.

In questo momento di grave pericolo per i membri della famiglia reale e, in particolar modo, per il nipote maschio del re, Maria José e i suoi figli riuscirono comunque a rifugiarsi in Svizzera, a Montreux. Poi dovettero spostarsi a Glion. Qui Maria José riprese i contatti con le persone con cui aveva collaborato precedentemente al colpo di Stato, in particolare con Luigi Einaudi, anch’egli riparato in Svizzera. Fu tentata a unirsi alla Resistenza, ma le autorità elvetiche la sorvegliavano strettamente. Riuscì comunque, in diverse occasioni, a trasportare armi per i partigiani.

Solo nel febbraio del 1945, mentre la Germania stava cadendo, Maria José si decise a rientrare in Italia, fu accolta dai partigiani, che la scortarono fino a Racconigi. Qui attese fino al giugno seguente, quando fu mandato un aereo per portarla a Roma, dove ad aspettarla c’era Umberto. Non si vedevano da circa due anni. Ad agosto andarono a prendere i bambini e la famiglia fu di nuovo riunita.

La “Regina di maggio”

L’ultimo anno che trascorse in Italia fu in solitudine. Umberto era sempre lontano, impegnato nel suo nuovo ruolo di Luogotenente del regno, e comunque fra i due coniugi ormai vi era una frattura insanabile. Riprese a fare l’ispettrice nazionale del Corpo Infermiere Volontarie della Croce Rossa, (red cross) visitando i posti più colpiti dalla guerra e fu proprio mentre tornava da Cassino, da una di queste visite, che venne informata di essere regina. Era il 9 maggio del 1946. Il re aveva abdicato in favore di Umberto. Fonti contemporanee riportano che non manifestò nessun entusiasmo, ma che era già rassegnata alla previsione che la monarchia avrebbe perso il referendum che si sarebbe tenuto di lì a poco, il 2 giugno.

 

Ghitta Carell Klein

Szatmár, 20 settembre 1899 – Haifa, 18 gennaio 1972, fotografa ungherese naturalizzata italiana.

La giovane Ghitta Carell, ebrea ungherese in visita a Firenze nel 1924, decide di fermarsi in Italia e intraprendere la professione di fotografa

I primi ritratti fotografici alla principessa di Piemonte, Maria Josè, consacrano gli sforzi e la pervicace determinazione dell’ungherese. La Carell utilizza un’attrezzatura tradizionale, per non dire vetusta – una grande macchina con cavalletto della ditta Luigi Piseroni di Milano – che impara subito a padroneggiare. Si tratta di un apparecchio con lastre di grande formato (18×24), all’occorrenza sostituito da più agili macchine portatili, ma sempre dello stesso formato. Qualche lampada e la corretta associazione tra tempi di posa e apertura del diaframma, proiettano l’indubbio talento della Carell nel mondo del ritratto fotografico.

La Carell si sofferma sui tagli, le inquadrature, i particolari, l’uso delle luci, arrivando alla definizione di uno stile inconfondibile. …

( … omissis … )

Fonti di approfondimento  Wikipedia  a cui si rimanda la consultazione data la vastità dell’argomento.

 

9.19

Informazioni aggiuntive

Peso,5 kg
Dimensioni30 × 20 × 5 cm

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